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30-06-2018
Hope Seeds - Semi di speranza

In questa 13a domenica del tempo ordinario il Vangelo ci presenta una donna che da dodici anni soffre di una malattia inguaribile e una bambina di dodici anni che a causa di una malattia muore. 

Sono dei destini incrociati, due storie una dentro l’altra, che vivono entrambe una situazione di grande sofferenza, quelle sofferenze che ogni essere umano potrebbe sperimentare: la solitudine assoluta e la morte prematura

Una donna adulta, un’emorroissa”, è malata da 12 anni e ha delle perdite di sangue. Nell’antropologia biblica il sangue contiene la vita, non si poteva cibarsi del sangue degli animali perché si prendeva la vita dell’animale e non si poteva toccare il sangue di un altro perché si contraeva un’impurità. Anche per lei erano stati 12 anni di malattia in cui veniva considerata impura, non poteva entrare nel tempio, non poteva essere abbracciata, nessuno la toccava fisicamente; è l’emblema, l’immagine di tutte le solitudini contro cui ci scontriamo: la solitudine di non essere abbracciati, di non essere accolti, capiti e amati. Potremmo anche dire che il flusso è una perdita di vita, di energia; quante volte sprechiamo energie, 
buttiamo via tempo, risorse, spendiamo pezzi d’anima per cose inutili, dietro a questioni che non hanno nessun senso!
Questa donna tuttavia pensa: “se tocco Gesù riuscirò a guarire!”. 
E’ una donna con tanti dubbi religiosi, con il timore di trasgredire una sola regola, ma nonostante ciò si fa coraggio, tocca Gesù e succede proprio il contrario: non è lei a contaminare, a rendere impuro Gesù, ma è Gesù a contaminare lei, a capire la sua fede e a guarirla. Nella vita possiamo tuttavia accostarci a Dio in mille modi, in mille momenti, toccare Gesù anche 100 volte senza mai essere guariti, perché la guarigione è nel cuore di chi si avvicina a Lui, lo stupore è nel cuore di chi vede, non è l’oggetto che guardiamo.
Ma la vera solitudine dell’essere umano è ostinarsi a non capire “cosa ci stia a fare su questa terra!”e a causa di questo, purtroppo, il nostro sangue cola, si disperde, in mille rivoli, senza arrivare all’essenziale. Non dobbiamo avere paura di toccare il Dio della misericordia, con i modi in cui Gesù ci raggiunge oggi: la Parola, l’Eucarestia, la comunità, i sacramenti, la vita interiore, la preghiera, la meditazione, l’ascolto, il silenzio, la natura … Lasciamoci toccare perché la nostra vita non vada dispersa, ma donata, farsi dono nella quotidianità.

La figlia di Giairo ha 12 anni e 12 è il numero della pienezza: i mesi dell’anno, le tribù di Israele …, come a dire che questa ragazza è nel pieno della sua crescita, nello splendore della giovinezza, a quell’età si andava anche in sposa, ma si ammala gravemente e muore. Sappiamo bene che la disgrazia più grande per un genitore è la perdita di un figlio, quindi possiamo pensare allo stato d’animo di Giairo che va a chiedere a questo rabbino, di cui ha sentito grandi cose, di venire a salvare la sua figlioletta. 
Gesù va, si lascia coinvolgere, non è un Dio distante che dice: “rassegnati, ci sarà un progetto da qualche parte, sia fatta la volontà di Dio !!!”. E qui troviamo due modi differenti di vivere la situazione: da una parte il desiderio sincero di Gesù che rassicura Giairo dicendogli: “tua figlia sta dormendo” e dall’altra parte la reazione degli amici di famiglia che fuori della stanza piangono disperati ed appena sentono l’affermazione di Gesù lo deridono e lo prendono in giro. Purtroppo, tutto questo succede anche a noi; la nostra fede in certi frangenti di morte vacilla, diventa scettica e dentro di noi coviamo anche un pizzico di rancore verso Dio perché lo riteniamo colpevole di averci tolto la persona amata. 
Fa parte del mistero della vita questo passaggio da una vita a un’altra vita, un percorso che ci lascia sempre perplessi, eppure, se crediamo, ci fidiamo di Dio anche la morte “diventa sorella”!. 
Ma possiamo fare anche questa lettura: quando “il fanciullo”, cioè la parte più autentica di me e più vera si spegne, quando la mia anima si spegne, il Signore viene, ci riporta alla vita e ci dice: “svegliati, tira fuori il quello che sei, la parte più autentica di te”. 
Oggi, però, “il bambino che è in noi” rischia di essere punito, di essere bastonato, irriso, deriso: provate a parlare di anima nel vostro ufficio, di vita interiore, di vita spirituale! Provate ad non identificare le persone con quello che fanno, anche con i loro sbagli!!! Vi prendono per matti. 
Se, invece, accogliamo con coraggio Gesù, ci fidiamo, ci lasciamo prendere per mano, Egli ci tira fuori dai nostri problemi e vivifica la parte più vera di noi, oggi ed eternamente.

BUONA SETTIMANA


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